Tra il closing show del 3 settembre 1973 e l'opening del 26 gennaio 1974 intercorrono quasi cinque mesi, durante i quali Elvis non si esibisce dal vivo, saltando quindi l'abituale appuntamento con il tour invernale che si teneva a novembre, una costante a partire dal 1970. Per contro, il Re attraversa un periodo difficile culminato con il divorzio e con un successivo ricovero in ospedale. Verso la fine di quel problematico 1973 - che pure si era aperto con il trionfo in mondovisione dalle Hawaii - per Elvis inizia un periodo di ripresa, confermato da un positivo ritorno negli studi della Stax a Memphis che porta alla realizzazione di un buon numero di masters. Questo ennesimo ritorno a Las Vegas mostra dunque un Elvis in discreta forma fisica e poco incline all'interazione con il pubblico, che preferisce concentrarsi sull'aspetto strettamente musicale dello show.
Riduzione dell'ingaggio a parte, altre novità di rilievo accompagnano la nuova serie di esibizioni in città. Nella band Duke Bardwell sostituisce Emory Gordy al basso; il musicista occuperà questo posto per circa un anno, senza destare particolari impressioni (difficile il suo rapporto con Elvis) né rimpianti quando Jerry Scheff tornerà nel 1975. Inoltre, la già nutrita schiera di coristi al seguito viene ulteriormente incrementata dai Voice del tenore Sherril Nielsen, che da subito si ritagliano un sorprendente spazio nell'economia dei concerti.
Per quanto riguarda il repertorio, ascoltando lo spettacolo inaugurale del 26 gennaio abbiamo una panoramica esauriente su quanto Elvis proporrà nelle due settimane successive, perché la set list risulterà essere piuttosto rigida e suscettibile di pochissime variazioni. Drastici i tagli operati da Elvis al materiale utilizzato nella precedente stagione. Escono infatti di scena molti highlights di grande spessore, apprezzatissimi dal pubblico: tra questi ricordiamo "Steamroller Blues", "What Now My Love", "Bridge Over Troubled Water", "How Great Thou Art" e "You Gave Me A Mountain". Si tratta di rinunce pesanti, ma dalle decisioni di Elvis traspare un evidente desiderio di rinnovarsi, pur continuando a percorrere strade già ampiamente battute. Una scelta apprezzabile e condivisibile, ma è innegabile che la nuova scaletta, per quanto intrigante, sia meno corposa della precedente. Tornano comunque in auge, quanto mai gradite, "You've Lost That Lovin' Feelin'", "Sweet Caroline" e soprattutto "Polk Salad Annie", che nel 1973 era stata eseguita soltanto un paio di volte. In un certo senso, il contemporaneo inserimento di queste tre canzoni riesce a rendere la magica atmosfera delle esibizioni del 1970, un'annata irripetibile.
Le novità principali sono rappresentate da due pezzi provenienti dalle già citate sessions agli Stax: "Spanish Eyes" e la religiosa "Help Me". In entrambe emerge prepotentemente la figura di Sherril Nielsen, decisamente a proprio agio nel duettare con Elvis. "Let Me Be There", mai incisa in studio, è un'altra new entry di rilievo. Una volta manifestatosi il gradimento del pubblico, il noto successo di Olivia Newton-John si eleva a momento clou dei concerti. Dapprima inserita nella parte iniziale della scaletta viene opportunamente traslocata nel finale e allungata con applauditissime reprise. "Why Me, Lord?" viene introdotta dopo una precisa richiesta di Elvis a un titubante J.D. Sumner. La canzone tornerà assai utile agli Stamps per contrastare l'ascesa dei Voice, apparentemente intenzionati a rubar loro la scena. "Trying To Get To You", assente da lungo tempo e quanto mai gradita, è al solito trattata con grande rispetto da Elvis, solitamente sbrigativo con molti dei suoi vecchi successi.
Tra i brani utilizzati soltanto una manciata di volte spiccano "My Baby Left Me" e "Blueberry Hill", quest'ultima eseguita in medley con la collaudatissima "I Can't Stop Loving You". Anche la bella "The First Time Ever I Saw Your Face" e "Release Me" si guadagnano un paio di gettoni di presenza. Per il resto, "Love Me" e "Love Me Tender" non salteranno una serata e lo stesso discorso varrà per le ormai inamovibili "See See Rider" e "I Got A Woman". Il "rock medley" continuerà ad offrire ad Elvis la possibilità di elettrizzare i presenti in sala grazie a numerosi assaggi di super classici dell'epoca d'oro prima di essere sostituito, nella seconda parte della stagione, da "Hound Dog" e "Johnny B. Goode". Infine, "Fever" consentirà al Re di giocare con le emozioni del pubblico femminile e "An American Trilogy" gli permetterà di infondere negli animi degli spettatori senso di appartenenza e patriottismo. Qualcosa per tutti, insomma, con inimitabile classe e versatilità, fino alla conclusiva e rassicurante "Can't Help Falling In Love".
Stagione interlocutoria, ma di buon livello. Elvis si concentra con inusuale coerenza su un numero limitato di canzoni - nelle quali evidentemente crede - e lo fa lungo l'arco di ventinove spettacoli. Come già detto, rinuncia ad alcuni classici che soltanto pochi mesi prima avevano occupato un posto essenziale in scaletta, ma riesce ugualmente ad allestire uno spettacolo di livello. Quando tre settimane dopo partirà per un lungo tour degli Stati Uniti, la bontà delle sue scelte a Las Vegas sarà evidenziata da numerose conferme.

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